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Kathmandu e un super trekking in programma!

E’ ora di ripartire. Kathmandu ci attende. La strada è ancora lunga. E tosta. Tostissima. Sembra non finire più. Il traffico è tanto. La strada è stretta. L’ultimo tratto per raggiungere la capitale è un vero inferno! Tutto buche, sabbia, sassi, tornanti ripidi e curve cieche. Il rischio caduta è davvero alto, ma Brienne risponde bene e tiene duro.

A Kathmandu troviamo una guest house abbastanza economica in centro, in modo da poter lasciare la moto parcheggiata per un po’. Ci sistemiamo al Sun Rise Cottage, nel quartiere Thamel, il quartiere più vivo di Kathmandu. Qui ci accoglie subito Lucy, una simpaticissima cagnolona, un po’ sovrappeso, ma super accogliente.

Ci diamo una rinfrescata e andiamo a perderci tra le vie del centro, tra botteghe di macellai, pescivendoli, mercati su strada e offerte votive per i templi.

E dopo ben 5 mesi di viaggio ritroviamo, finalmente, una pasticceria!!! 😍 😍 😍 Sì, una vera pasticceria, con vere torte e veri croissant. E’ la nostra fine. Ceniamo lì con una valanga di dolci.

Per cena ci accontentiamo di un arrabbiatissimo street food. Niente male però! Ci facciamo preparare due “egg rolls”, una specie di crêpe ripiena di verdure, uova e una salsa stranissima dal colore fluorescente, il tutto eseguito tassativamente a mani nude!

Al risveglio facciamo colazione in camera con molta calma. (Il nostro fornelletto da campeggio torna sempre utile, anche se non siamo in tenda!)

Facciamo due passi tra le vie del centro e andiamo a cercare la Snowpal Trek & Expedition, l’agenzia del nostro amico Shiva. Ci accoglie con un sorriso a 32 denti. E’ felice di rivederci e ha una gran voglia di chiacchierare. Deve annoiarsi un po’ nel suo ufficetto, tutto il giorno da solo.

Si comincia. Iniziamo a rendere reale l’idea di raggiungere il campo base dell’Everest da soli. Guardiamo la mappa, facciamo il conto dei giorni di cammino e dei giorni di stop per l’acclimatamento. Shiva si raccomanda con noi di non scherzare con l’altitudine, di andare con calma e di prenderci il nostro tempo, di ascoltare il nostro corpo e di fare attenzione ai mal di testa oltre i 2.500 metri. Se si sale troppo in fretta, infatti, il mancato adattamento dell’organismo alle grandi altitudini può causare il mal di montagna (o altitude sickness), una patologia pericolosa che, nei casi più gravi, se non tempestivamente e opportunamente trattata può anche essere letale. E i primi sintomi sono appunto forti mal di testa, nausea, vertigini, affaticamento e insonnia.

Pianifichiamo l’itinerario e le tappe. E proprio quando abbiamo terminato il nostro programma di 10 giorni, per scalare, più altri 5, per tornare alla base, arriva in ufficio Tony, l’amico inglese di Shiva che è stato già diverse volte sull’Himalaya. Ci prega di aggiungere al nostro programma una “deviazione”: Gokyo, un piccolo villaggio affacciato su un grande lago a 4.750 m., e il Cho La Pass, un passo di montagna a 5.420 m. Ci garantisce che si tratta di posti unici e assolutamente da non perdere. E allora ci facciamo convincere. Modifichiamo l’itinerario e aggiungiamo 5 giorni in più per fare anche questa deviazione. Ci facciamo prenotare anche i voli da e per Lukla, il villaggio a 2.860 m. irraggiungibile se non via aerea o a piedi (10 giorni di cammino circa da Kathmandu!), da cui parte il trekking per l’EBC, l’Everest Base Camp.

L’itinerario è pronto, i biglietti dei voli sono stati fatti, la lista dell’equipaggiamento che ci serve è nelle nostre mani. Non ci resta altro da fare che comprare o noleggiare l’attrezzatura che ci manca. Optiamo per l’acquisto, dato che il noleggio ci costerebbe quasi quanto comprare l’attrezzatura nuova. SIAMO (quasi) PRONTI! ✌🏻

Finiamo questa importante giornata con una super cena a casa di Shiva, insieme a Tony. Dal Bhat per tutti!

Ema e Lisa

Ema e Lisa

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